il senso della vita- parte 2
a.s. post molto lungo, molto personale, molto calcistico, molto palloso.
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Damiano era bravissimo con i piedi.
Metteva la palla dove voleva lui, dribblava gli avversari che per fermarlo dovevi sparagli e tirava le punizioni come quelle di Del Piero. Una volta Damiano aveva dribblato tutta la difesa avversaria, portiere compreso, aveva fermato la palla sulla linea di porta e aveva segnato di testa. Damiano era un fenomeno.
Però quello in cui giocavamo tutte le estati non era campo per gente come lui. Per giocare in un campo in terra battuta, la peggior terra battuta della provincia di Messina, pieno di buche, dossi, sabbia finissima, ghiaia, pietre e cespugli di gramigna, servivano più i polmoni che il cervello, più calci sugli stinchi che dribbling perfetti. Ed è per questo che ci giocavo io.
Avevo quindicianni e un futuro da attaccante ancora tutto da scoprire. All’epoca infatti ero solito mettermi al centro del campo a fare il lavoro sporco, che in quel caso consisteva nel cercare di non inciampare nelle buche e nella gramigna e prendere a calci il maggior numero di caviglie avvolte in calzettoni dal colore diverso dal mio, stando sempre bene attento a non colpire le pietre che qua e là puntellavano il terreno di gioco.
No, quello non era un campo per zidane e andreapirli vari. Lì ci volevano undici gattusi, undici antonio conte, undici esperti lottatori greco-romani disposti a lasciare sul campo qualche legamento e qualche tendine rotuleo pur di uscire dalla mischia col pallone tra i piedi.
I falli, inoltre, in quel torneo erano entità incerte e fatue. Gli arbitri che dirigevano le partite spesso decidevano se fischiare o meno in base alle urla del calciatore per terra. Altre volte valutavano dalla quantità di sangue che perdeva. Altre volte fischiavano solo se veniva commesso un fallo su un loro parente. Altre volte decidevano di non fischiare mai. In ogni caso, le ammonizioni e le espulsioni non esistevano per cui se un tizio ti aveva appena tranciato le gambe, nulla gli impediva di staccarti un femore da lì a cinque minuti. Insomma, c’era sempre il rischio di rimetterci la salute senza neanche provare il piacere di veder buttare fuori il giocatore che ti aveva quasi ammazzato.
In quel pomeriggio, come in tutti i pomeriggi in cui si giocava, le nostre urla si sentivano già da via Dei Lavoratori e chi giungesse nei pressi del campo nel corso della partita, poteva vedere la nuvola marrone che lo avvolgeva: la pessima sabbia di cui, tra gli altri materiali, era composto il campo, aveva la fastidiosa caratteristica di produrre un’ingente quantità di polvere, la quale durante le partite stazionava immobile sopra il terreno di gioco, come una tempesta sahariana stanca e fuori luogo.
Giocando, quella polvere ti entrava nei polmoni, ti graffiava la gola, ti faceva tossire, sputare, starnutire, ti entrava negli occhi e te li faceva irritare. Ti faceva venire una sete bestiale dopo solo dieci minuti di corsa.
Ma non avevi tempo di pensare alla sete, specialmente durante quella partita di quel pomeriggio.
Si disputava Santa Lucia vs Atletico Namec, la finale del torneo under 17 e io giocavo nell’Atletico, in squadra con Damiano. Damiano era fortissimo nei campi in erbetta o in mattonelle. Dove la palla scorreva come su un biliardo, Damiano era imprendibile. In quel campo tutto fossi, pietre, pantani, gramigna e tentati omicidi, Damiano era solo uno un po’ più bravo degli altri.
Eravamo a metà del secondo tempo e il risultato era fermo sul
Caccagnate, si chiamano qui. Caccagnate viene da “calcagno”, e originariamente indicavano i calcioni assestati con quella specifica parte del piede. Per noi però, le caccagnate erano qualsiasi tipo di pedata che causasse dolore lancinante agli avversari.
Dicevo, io ero lì tutto sudato, dolorante ma con ancora il coltello tra i denti, magnanimo e incontrastato dispensatore di precisissime nonché quasi chirurgiche caccagnate, centrocampista tutto cuore e polmoni, urlante come dieci cori greci e con la maglietta bianca ormai diventata del color della merda.
Eravamo sul
“ventiseitre, è tua!!” un urlo proveniente dall’area di rigore avversaria. Era Damiano.
“Ributtala in mezzo!!”.
Non potevo deluderlo. Così feci un passo indietro e mi preparai per saltare e prenderla di testa.
Per saltare di testa però si era preparato pure un certo Bruno Caminiti, centrocampista avversario, il mio alter ego dell’altra squadra, il tizio con il quale fino a quel momento avevo battagliato di più. Bruno, a differenza mia, era alto un metro e novanta. Bruno, a differenza mia, pesava più di novanta chili.
Beh, non starò qui a raccontarvi la precisa dinamica dell’azione, sappiate solo che mi ruppi il setto nasale. Anziché la palla, colpii la nuca dell’energumeno, che a sua volta mancò la palla, e colorai metà del terreno di gioco di rosso.
Ma era la finale, cazzo, mica potevo uscire dal campo! Antonio Conte non sarebbe mai uscito dal campo! Così mi sciacquai un po’ il viso, cambiai la maglietta (che nel frattempo da color merda era diventata color merda in tempo d’emorroidi), mi ficcai due fazzolettini nelle narici a mo’ di tamponi e ritornai a giocare.
L’adrenalina e la furia agonistica attutirono il dolore per tutta la durata dell’incontro, riducendolo ad un lieve pulsare in mezzo alla faccia e negli occhi. L’arbitro fischiò la fine della partita che ancora si stava sul
Calci di rigore, delizia e condanna di tutti gli amanti del calcio.
Condanna. Quella partita la perdemmo.
Damiano incredibilmente sbagliò il primo rigore e un altro lo sbagliò Marco. Io il mio lo segnai sotto la traversa, come De Rossi ai mondiali di Germania. Probabilmente fu lì che capii di essere più bravo a calciare in porta che a passare la palla e decisi che da allora in avanti avrei giocato solo come attaccante.
Damiano mi fece i complimenti per il rigore e si scusò per il suo. Pazienza, gli dissi. Poi restituimmo gli stinchi e le rotule agli avversari, loro ci restituirono le nostre e ci stringemmo le mani e ci demmo pacche sulle spalle. Complimenti, gli dicemmo. Grandi, ci fecero. Bruno mi chiese scusa per la capocciata e io, in preda al dolore, gli dissi che non era niente. Un mio compagno bestemmiava in disparte, un altro piangeva, un altro mandava affanculo sua sorella a bordo campo. Loro alzarono la coppa, noi restammo a guardarli seduti per terra, stanchi morti e doloranti.
Il naso iniziava a dolermi sempre di più, pulsando al ritmo cardiaco e riempiendomi gli occhi di lacrime involontarie. Avrei passato la settimana seguente con un naso grosso come quello di Dante e con gli occhi cerchiati di nero come un panda, ma realizzai che quella sarebbe rimasta probabilmente la partita di calcio più bella che avrei mai giocato in vita mia.
In futuro avrei vinto, avrei giocato in campi d’erba, avrei segnato tanti gol, ma quella che si era appena conclusa sarebbe rimasta per sempre
Ecco, se un alieno scendesse sulla Terra e venisse a casa mia a chiedermi che cosa sia la vita per gli uomini, io gli direi di andarsi a guardare quella partita. Da lì capirebbe tutto. Di certo uno che ha la tecnologia per venire fin qui, avrà anche la tecnologia per rivedersi quella partita, no?
E gli direi anche di togliersi quella ridicola tuta spaziale e infilarsi una maglietta e un paio di parastinchi e di fare un po’ di pratica.
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